-E’ possibile emanciparsi con lo sport anche se si è donne e di un paese musulmano?

   Sembra una domanda retorica ed in effetti può esserlo, oppure no, dipende da come e perché intendiamo la domanda e l’urgenza di porgerla.

   Il video-documentario di Maria Grazia Silvestri Islam/Women Emancipation via Sport, ci offre innanzitutto un’opportunità per riflettere su questa domanda, sollevando la possibilità di rispondere in diversi modi pertinenti all’attualità.

   Attraverso cinque testimonianze di vita, possiamo ascoltare opinioni, osservare esperienze, lasciarci condurre da riflessioni al femminile che dall’Egitto dei nostri giorni vengono chiamate a partecipare, ad inserirsi in una confrontazione globale, ed intendiamo con questo tanto l’esempio di una qualunque competizione sportiva internazionale, quanto il contesto della comunicazione mass-mediatica sugli esiti politici delle cosiddette primavere arabe del 2011. Tre giovani atlete e due donne mature impegnate politicamente nelle istituzioni e nell’informazione pubblica del proprio paese, esprimono con cognizione di causa l’importanza della cultura dello sport e dell’educazione fisica per l’emancipazione personale delle donne. Un’emancipazione a tutto tondo, economica, sociale, familiare, civile, dunque politica e culturale, quella di cui si tratta. Queste cinque storie personali ci consentono di raccogliere frammenti di una storia sociale dell’Egitto moderno, dei costumi, degli stili di vita in continua trasformazione negli ultimi trenta-quaranta anni, nel passaggio generazionale che le une rappresentano per le altre. I diversi registri di vita quotidiana e professionale ci restituiscono molto del clima sociale e culturale in cui si muovono esistenze femminili impegnate e banali, consuete e particolari, la temperie socio-culturale che queste stesse donne vivono ed incarnano.

   Emanciparsi con lo sport è possibile solo se si vince, tra le altre, una competizione tutta speciale: quella culturale ed ideologica. Si deve reggere allo stress di affrontare i pregiudizi, ed i pregiudizi, si sa, sono sempre feroci e volgari. Bisogna mandare al tappeto i luoghi comuni, si deve essere disposti a mirare dritto al cuore degli stereotipi più facili ed abusati. In questo modo, lo sport è un esercizio di emancipazione, e lo è anche per chi né è semplicemente fruitore appassionato, spettatore, tifoso, per chi vuole ancora cercare nello spettacolo dello sport lo spirito di solidarietà, il desiderio di pace, l’edificazione pubblica di valori sani di equità e umanità nella competizione. Lo sport del business colossale, lo sport vetrina dei poteri forti, rende sempre più difficile questo allenamento all’emancipazione o, forse, rilancia la sfida alla nostra comprensione, al sentire contemporaneo.

   Immancabilmente al centro del video-documentario, al centro della tesi sull’emancipazione femminile attraverso lo sport, si pone la questione del velo, impossibile non affrontarla. Segno di autodeterminazione culturale delle donne nel discorso interno delle testimonianze offerte, il velo è un simbolo dell’identità musulmana all’esterno. Il velo è l’oggetto emblematico di un confronto  asimmetrico, bellicoso, tra poteri politici e paradigmi ideologici dominanti. Nel momento in cui una atleta si considera pronta per una gara internazionale è evidente la sua determinazione come è evidente quella degli allenatori, delle associazioni sportive, delle organizzazioni professionali che le stanno intorno. Il velo non è certo una faccenda di come contenere le capigliature delle atlete nella prova agonistica, di divise ufficiali, di assetti di attrezzi e di tecniche delle diverse discipline sportive, è il segno universale del capo coperto, occultato, di decoro, onorabilità e rispetto, ma anche della minorità, vulnerabilità, sottomissione del genere femminile e di ciò di cui il genere femminile diventa simbolo, emblema, l’esempio eccellente in qualunque confronto sociale interculturale, ampio o effimero che sia. Il capo coperto o scoperto delle donne è il luogo comune di ogni discussione retorica in cui entri in gioco il potere, quello vero, quello che non teme e non necessita di altre qualificazioni oltre all’ostentazione di sé. Ecco perché, in questo momento in cui, come sempre, “si imbracciano le armi contro un mare di problemi” in Nord Africa e Medio Oriente, la testa delle donne conta e conta molto per come è mostrata e per come non è mostrata. Per quante atlete potranno vincere e per quante non potranno neanche partecipare nelle prossime gare internazionali, dobbiamo allenarci a contare, a quantificare, a valutare la performance globale in cui le donne e gli uomini, i loro corpi, le identità ed i ruoli di genere, vengono mobilitati o presi in ostaggio per ben altre competizioni ideologiche e materiali che giammai riguardano laicismi e religiosità comuni.

  La domanda chiave rimane sempre la stessa quando si tratta di emancipazione femminile in Occidente o in Oriente, al Nord o al Sud, tra storie e tradizioni diverse; dobbiamo chiederci perché si finisce sempre per constatare che molta strada manca ancora da fare, eppure tanta ne è stata già percorsa. L’emancipazione femminile è sempre in mezzo al guado, o forse in mezzo rimane la nostra capacità di comprensione delle questioni di genere, la comprensione dimidiata da troppe frontiere.

 

[ Emanuela Ferreri] - laureata in Antropologia, all’Università di Roma “La Sapienza” nel ’92. Nel ’99 ha conseguito presso il medesimo Ateneo, il perfezionamento in “Antropologia dei Patrimoni culturali”. Dal novembre 2008 è dottoranda per il Corso di “Storia e formazione dei processi socio-culturali dell’età contemporanea. Percorso sociologico” della Facoltà di Scienze Politiche - “La Sapienza”. Tesi in corso: “Casta e Gerarchia. L’India e Louis Dumont”. Collabora presso l’insegnamento di “Antropologia culturale”, alla Facoltà di Scienze Politiche, Sociologia e Comunicazione di Roma La Sapienza. Ha collaborato con diverse Agenzie ed Istituti internazionali di ricerca e cooperazione (IPALMO, UNIMED, IMED, CESE, CNA-FILEF) come assistente di ricerca e progettazione. Lavora come consulente per la progettazione, il monitoraggio e la valutazione di programmi di intervento, in particolare nel settore della ricerca, formazione e istruzione.

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